Più intelligente ma più solo: il prezzo della conoscenza
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Più intelligente ma più solo: il prezzo della conoscenza
fioriper

Ho di recente terminato di leggere un libro, nella mia lista da molto tempo, che ha confermato - e in parte superato - tutte le aspettative che avevo ma mi ha anche spinto a fare riflessioni sul messaggio intrinseco che l'autore vuole far arrivare al lettore. Il libro in questione è intitolato "Fiori per Algernon", è considerato uno dei grandi romanzi del XX secolo e, secondo il New York Times che lo ha definito "magistrale e profondamente toccante", è anche uno dei capolavori della narrativa d'anticipazione. In parole povere un best-seller, grazie al quale il suo autore, Daniel Keyes, ha vinto il premio Hugo e il Premio Nebula vendendo milioni di copie nel mondo.

Prima di fare un breve riassunto della trama senza spoiler, mi preme però fare un accenno sullo scrittore il quale è purtroppo scomparso ma che, oltre ad essere l'autore del libro, è stato anche uno psicologo famoso (e leggendo capirete perché).

Chi è Daniel Keyes?

Daniel Keyes è uno scrittore statunitense nato a Brooklyn nell'agosto del 1927 e deceduto a Boca Raton nel giugno del 2014. All'età di 17 anni si arruola in Marina imbarcandosi poi come commissario di bordo ma ben presto capisce che non è quella la strada che desidera seguire. Torna quindi a New York e decide di iscriversi alla facoltà di Psicologia ottenendo la laurea e cominciando ad insegnare, parallelamente, scrittura creativa a ragazzi con disabilità cognitive presso il Brooklyn College. Non ancora totalmente soddisfatto degli studi fatti, decide di prendere un'altra laurea e si iscrive stavolta alla facoltà di Letteratura Anglo-americana presso la Ohio University. Dopo la seconda laurea ottiene una cattedra presso la stessa università dove ha studiato e, per molti anni, insegna letteratura americana e scrittura creativa - unendo in tal modo la sua doppia passione per la psicologia e per la letteratura - fino a quando, nel 2000, gli viene attribuito il titolo di Professore Emerito.

Fin qui nulla di strano - né di piuttosto famoso - ma andiamo per ordine...

Come avevo già anticipato, la professione iniziale del Prof. Keyes è quella dello psicologo, ambito nel quale era particolarmente competente tanto da ritrovarsi, nel corso della sua esperienza professionale, a lavorare su vari pazienti, uno dei quali molto famoso negli USA: William Stanley Milligan, meglio noto come Billy Milligan. Billy è stato un criminale statunitense che alla fine degli anni settanta ha sconvolto l'America per l'uccisione di 3 studentesse universitarie ma, ancor di più, perché Billy è stato assolto dall'omicidio a causa di infermità mentale. La patologia psicologica di cui soffriva Billy - emersa durante le sedute effettuate proprio con il Prof. Keyes - è quella del Disturbo dissociativo d'identità, più noto come disturbo da personalità multipla.

A causa di una infanzia e adolescenza particolarmente traumatiche, il cervello di Billy si era infatti scisso dando vita a 23 personalità (più una, quella di Billy), tutte con caratteristiche e peculiarità diverse. Tale disturbo fino ad allora non era mai stato rinvenuto in una forma così grave perciò la diagnosi effettuata da Keyes aveva inizialmente suscitato dubbi e perplessità nel mondo accademico tanto da far arrivare in America eminenti professori da ogni parte del mondo per studiare e valutarne il caso.

Dopo attente valutazioni, psichiatri e psicoterapeuti, non poterono far altro che constatare la presenza di 23 personalità all'interno di Billy Milligan confermando, quindi, la patologia già precedentemente ipotizzata dal Prof. Keyes. Successivamente, con il consenso del suo stesso paziente, Keyes ha scritto un libro autobiografico su Billy intitolato "Una stanza piena di gente" per documentare e tracciare il profilo di tutte le 24 personalità che, durante le varie sedute psicologiche e psichiatriche a cui Billy era sottoposto, si erano svelate.

Se ancora questa storia non vi risuona alla mente, pensate che da questo libro, nel 2014, è stato tratto un film bellissimo dal titolo "Split" - se non l'avete visto colmate subito questa lacuna - che ha come protagonista James McAvoy nei panni di Kevin Wendell Creumb, un ragazzo con 24 personalità appunto. In una intervista il regista M. Night Shyamalan ha dichiarato apertamente di essere rimasto affascinato e ispirato proprio dal libro di Daniel Keyes dedicato a Billy Milligan. Keyes quindi è non solo lo psicologo che ha tenuto in cura Billy ma è anche lo scrittore che ha fatto conoscere il suo caso clinico al mondo con un libro molto potente e dal quale è stato tratto un film altrettanto sconvolgente.

Scommetto che adesso tutti (o almeno tutti coloro che hanno visto il film) saranno rimasti meravigliati da questa curiosità. Ora però torniamo all'altro suo capolavoro oggetto dell'articolo di oggi.

"Fiori per Algernon” – L’intelligenza vale davvero il prezzo che costa?

Daniel Keyes nella sua vita ha scritto solo 3 libri e Fiori per Algernon è stato il primo, quello che lo ha fatto conoscere al mondo. Il testo si può collocare a metà strada tra un racconto di fantascienza e un romanzo psicologico ed è impaginato sotto forma di diario autobiografico dello stesso protagonista, Charlie Gordon, il quale parla della disabilità cognitiva che lo affligge e del suo ritardo mentale.

Così come l'altro protagonista del romanzo ossia il topolino da laboratorio Algernon, anche il QI di Charlie è molto più basso rispetto al range dei 90 - 110 punti che, normalmente, secondo la scala di Binet - Simon, definiscono la soglia di intelligenza media delle persone (quelle con intelligenza elevata si attestano invece sui 130, mentre i geni - tanto per avere un'idea - possono anche avere un QI pari a 159,5, come nel caso di Einstein, o addirittura 180 come nel caso di Nikola Tesla). Charlie Gordon no, il suo QI si ferma a 70 punti ossia proprio il limite che segna il ritardo mentale. Charlie vive nella dolorosa consapevolezza di non essere molto sveglio fino ai 32 anni, quando è scelto per partecipare ad un audace esperimento scientifico volto ad aumentare il suo QI: prima di lui soltanto il topolino Algernon era stato oggetto dello stesso esperimento grazie ad uno scienziato che era riuscito, con successo, ad aumentare le sue facoltà intellettive addirittura triplicandole.

Il romanzo è narrato in prima persona attraverso quelli che lo stesso Charlie chiama "raporti di progreso" che lui scrive per documentare l'andamento dell'esperimento. La scelta stilistica di iniziare il libro con errori grammaticali e di sintassi è eccellente perché mostra il punto di partenza iniziale del QI intellettivo di Charlie in modo che sia il lettore stesso a rendersi conto, tramite l'evoluzione dello stile di scrittura adoperato dal protagonista, dei progressi che ne seguiranno. In questo modo leggendo si ha proprio la sensazione di essere uno degli scienziati del laboratorio e di trovarsi a sfogliare i documenti redatti dal proprio paziente verificando i progressi e l'andamento dell'esperimento scientifico.

L'illusione della felicità e la condanna della conoscenza

All'inizio del romanzo quindi, il lettore si trova di fronte un Charlie che, seppure ignaro e "deficiente" (così nel testo), è però abbastanza felice della vita che conduce: lavora in una panetteria e ha dei colleghi che lui definisce amici, non ha sicuramente ambizioni ma tutto sommato è soddisfatto della vita che ha. Frequenta, inoltre, una scuola serale per persone affette da ritardo cognitivo perché è genuinamente desideroso di diventare più intelligente - o almeno di provarci - ed è felice, in effetti, in quella scuola perché fa amicizia con altri studenti simili a lui.

Tuttavia, man mano che si va avanti con la lettura, si ha la percezione che la felicità di Charlie non sia autentica nel verso senso del termine ma che sia, piuttosto, più una sorta di "non - consapevolezza" di quella che è la realtà che lo circonda: spesso e volentieri, infatti, i suoi colleghi a lavoro lo ridicolizzano, altre volte lo sfruttano facendogli pulire i bagni e dandogli le mansioni peggiori oppure architettano degli scherzi per ridere su di lui. Charlie, purtroppo, a causa del suo QI vive in una bolla di fede e fiducia all'interno della quale ha trovato il suo equilibrio ma questa bolla non gli consente di "vedere" il mondo attorno a lui per quello che è realmente... bensì per quello che egli crede che sia.

C’è un passaggio emblematico nel libro in cui Charlie, prima dell'esperimento, si chiede se le persone stiano ridendo di lui o con lui ma subito la sua ingenuità e la sua purezza gli fanno svanire questo pensiero giacché i suoi colleghi sono anche suoi amici e gli amici non gli farebbero mai del male. E', a mio avviso, una scena molto toccante perché fa riflettere su quanto le persone siano meschine e se ne approfittino di qualcuno quando questi non ha le stesse capacità mentali degli altri salvo poi (si vedrà in seguito) fare marcia indietro nel momento in cui Charlie si mostrerà nuovamente a loro ma in una veste più matura e con un QI molto più elevato. Eppure in quell’inconsapevolezza di Charlie, in quel suo modo di ridere di se stesso con gli altri colleghi, c'è una forma di felicità pura, ancora incontaminata dal giudizio, dalla delusione, dalla grettezza e dalla meschinità umana.

Con l'operazione invece tutto cambia giacché, per la gioia di scienziati e dello stesso protagonista, l'esperimento riesce e il QI di Charlie comincia a crescere vertiginosamente portandolo, in 3 mesi, da un misero 70 ad un livello di 185, come i grandi geni della fisica e della matematica. Ed è proprio durante questo percorso di espansione della sua consapevolezza - e conoscenza - che Charlie comincia ad assaporare il gusto dell'imparare, del leggere e dell'apprendere tutto ciò che si era perso precedentemente all'operazione: impara latino, greco, ma anche tedesco e altre lingue, studia fisica, matematica, diritto, filosofia, politica, medicina e i più alti rami del sapere.

Eppure mentre si rallegra a comprendere, finalmente, i testi che ha sempre sognato di leggere, inizia anche a rendersi lentamente conto che il mondo non è affatto come lui credeva che fosse e che quelli che chiama amici in realtà non lo sono. A seguito dell'esperimento, infatti, il mutamento maggiore che si ravvisa in Charlie è quello che avviene dentro di lui: con l'aumentare della sua memoria, della sua cultura e delle sue capacità di analisi, il protagonista del romanzo sviluppa pure il pensiero critico che lo porta a fare riflessioni, paragoni e a trarre conclusioni. Con il pensiero critico e il ragionamento astratto si amplia chiaramente anche il mondo emotivo di Charlie nonché le emozioni che sperimenta passando da quelle che in psicologia sono definite primarie (rabbia, paura, disgusto, gioia e tristezza) a quelle secondarie (vergogna, colpa, imbarazzo, disprezzo, orgoglio, rimpianto).

Charlie inizia infatti a provare vergogna per ciò che era, rabbia verso chi lo ha sfruttato, senso di colpa e, soprattutto, rimpianto: per tutto ciò che ha perso lungo la strada ovvero la felicità semplice, l’innocenza e tutte quelle relazioni genuine che, con un livello culturale e di coscienza così elevato, non riesce più a vivere ormai. Ed è proprio in questo che sta il paradosso - nonché la sottile ironia - del messaggio intrinseco di questo romanzo psicologico: più diventiamo capaci di capire noi stessi e gli altri, più diventiamo soli.

Ecco allora che la solitudine diventa, per Charlie, l'unica compagna di vita poiché, man mano che diventa “più intelligente”, i legami si allentano, la comunicazione con gli altri si fa più faticosa e le relazioni inevitabilmente si perdono. Quando poi raggiunge l'apice dei 185 punti di QI e il suo intelletto supera finanche quello dei suoi stessi medici e ricercatori, Charlie si ritrova in cima a una montagna altissima ma completamente e irrimediabilmente solo giacché nessuno più riesce a capire la complessità dei suoi pensieri e dei suoi discorsi.

A mio avviso è questa l'essenza stessa nonché il cuore di ciò che Keyes intende: siamo davvero sicuri che essere tanto intelligenti equivalga ad essere altrettanto felici o piuttosto la felicità è inversamente proporzionale al QI che si possiede? Ed è proprio questa la domanda che si pone anche Charlie il quale, quasi alla fine del suo viaggio, si ritrova ad essere intelligentissimo ma anche ad aver pagato, a peso d'oro, l'accesso profondo alla conoscenza. Attraverso auto-riflessioni profonde e dolorose, il protagonista si rende conto che la sua volontà di essere più intelligente non è dipesa solo dalla mera curiosità di sottoporsi all'esperimento scientifico ma, invece, ad un più profondo bisogno di sentirsi come gli altri e avere, in tal modo, la possibilità di essere accettato ed amato.

Eppure quando giunge alla comprensione di questo suo bisogno emotivo è anche troppo tardi per non soffrire giacché, in quel preciso momento, Charlie capisce che non c'era bisogno di essere intelligentissimo - o perfetto - per essere amato (e per "sentirsi abbastanza") e che anzi la persona dalla quale ambiva di sentirsi accettato avrebbe sorvolato sui difetti che possedeva. In quel momento di lucida consapevolezza, Charlie fa appello alla sua elevata inelligenza sperando che lo salvi dal non provare dolore, ma quella stessa intelligenza che gli consente di parlare con scienziati di tutti i campi non lo salva, anzi, lo condanna ancora di più a soffrire. La tragedia del protagonista del libro di Keyes è infatti tutta qui: cerca di diventare intelligente per essere amato ma finisce per essere troppo intelligente per non soffrire.

"Vorrei poter tornare indietro. Non sapevo quanto fosse bello non sapere."

Conclusioni: perfetti con le nostre imperfezioni

Il finale del libro - che non rivelerò - lascia sbalorditi ma posso comunque dire che il suo messaggio profondo resta, nella mia opinione s'intende, che noi tutti dovremmo imparare a sentirci "abbastanza" così come siamo. In un mondo che ci spinge costantemente a migliorarci, a dimostrare qualcosa, a rincorrere ideali spesso irraggiungibili, dimentichiamo troppo spesso che "andiamo bene anche così come siamo". Soprattutto oggi, in una società ossessionata dalla produttività, dalla competizione e dall’apparenza più che dall’essere, abbiamo bisogno di fermarci, fare un passo indietro e guardare le cose da una distanza nuova chiedendoci, con onestà: se potessi scegliere tra una vita semplice ma felice o una vita brillante ma infelice… cosa sarebbe meglio per me?

Forse la verità è che in un mondo che ci spinge a essere sempre “di più”, la vera rivoluzione è proprio quella di ricordarci che l’intelligenza non è sempre quella che riempie un curriculum ma piuttosto quella emotiva, quella che sa amare, sa essere gentile rispettando gli altri, gli animali e la natura.

Questi sono, a mio avviso, i veri segni di intelligenza e a ben vedere non si misurano in punti QI. Si misurano in umanità.

"Ricordatemi, per favore, come qualcuno che voleva solo essere amato."

libro

«Un romanzo straordinariamente originale.»
Publishers Weekly

«Un capolavoro struggente e geniale.»
Guardian

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