La carestia a Gaza è una strategia politica. Mentre i bambini continuano a morire di fame sotto gli occhi indifferenti dell’Occidente, il mare parla un’altra lingua, quella dell’umanità e della solidarietà civile.
Prima di avere fame, a Gaza, «la gente ha avuto paura di essere affamata». Quanto mai attuale è il riferimento al “Furore” di Steinbeck, i cui protagonisti, i Joad, sono costretti a lasciare la propria fattoria in Oklahoma a causa di una serie di disastri naturali che resero le terre sterili, lasciando i contadini in una condizione di carestia e costringendo loro a migrare verso la California. Ma nessuna tempesta di sabbia ha travolta Gaza, quanto piuttosto l’Alluvione Al-Aqsa, piogge di bombe e diluvi di razzi, che si sono rivelati la causa – come hanno dichiarato le principali organizzazioni internazionali che operano a livello globale per la difesa dei diritti umani, quali Amnesty, FAO, UNICEF, OMS – di una devastante carestia.
Nella Striscia palestinese, dunque, non è stata una carestia naturale a decimare la popolazione, bensì una carestia indotta da decisioni politiche, da un conflitto storico, da un’ingiustizia sociale la cui responsabilità non è da attribuire unicamente al governo Netanyahu – che continua a mietere vittime dall’Operazione Piombo Fuso contro Hamas (2008) – ma anche allo spettro occidentale che si aggira per il Medio Oriente, che assiste silente alla morte di fame di migliaia di bambini e che, pur manifestando preoccupazione per le condizioni dei civili palestinesi, si rende complice dello stesso crimine di guerra garantendo forniture di armi a Tel Aviv (inviate dall’Italia anche dopo il 7 ottobre 2023), allineandosi alle posizioni della Casa Bianca.
L’America, infatti, si conferma il principale alleato di Israele, cui fornisce non solo supporto politico e militare, ma soprattutto diplomatico, avvalendosi del proprio potere di veto al Consiglio di sicurezza dell’ONU per evitare risoluzioni critiche contro Israele e acquisendo un rilevante ruolo nel mediare accordi di pace; ma se Washington, prima di Trump, ha promosso la negoziazione bilaterale diretta mediante gli equi accordi di Camp David (1978), Oslo (1993), Camp David II (2000), a partire dal 2020, con il "Deal of the century" di Donald Trump – e ad eccezione della parentesi della presidenza di Biden che sosteneva la soluzione a due stati – l’ago della bilancia ha cominciato a pendere impudentemente a favore di Israele: posizione alla quale gli Stati Occidentali si sono accodati in fila indiana, non certo per convinzione, ma per riflesso pavloviano di fedeltà atlantica.
Se prima dell’attuale crisi umanitaria il settore agricolo palestinese si trovava ad affrontare ostacoli significativi, in quanto l’accesso all’acqua ed alle terre coltivabili era fortemente limitato dalle restrizioni applicate dall’amministrazione militare israeliana nei territori occupati, oggi stiamo assistendo ad un vero e proprio agricidio; la valutazione geospaziale dell’UNOSTAT (Centro satellitare delle Nazioni Unite), infatti, rivela la distruzione dei terreni – in particolare a Gaza e a Rafah – e delle infrastrutture agricole palestinesi da parte di Israele, che ha definitivamente compromesso la produzione alimentare e, per assicurarsi di violare il diritto internazionale avvalendosi dell’arma della fame, ha bloccato i valichi verso Gaza per impedire l’ingresso degli aiuti umanitari, respingendo i convogli ed ostacolando l’importazione di beni essenziali (alimenti, acqua potabile, medicine): un contesto estremamente ostile, questo, che mette a rischio l’attività e la stessa incolumità degli operatori umanitari sul territorio, basti pensare al bombardamento dell’edificio adiacente alla guest-house di Emergency a Deir al-Balah, dove operatori gazawi «che hanno scelto di prendersi cura della loro gente sono testimoni, ogni giorno, della debolezza provocata dalla malnutrizione e della paura di morire».
Secondo i dati recentemente pubblicati e le dichiarazioni rilasciate da Save the Children «Tutta Gaza è stata sistematicamente affamata e in modo intenzionale. Almeno 132 mila bambini sotto i cinque anni sono a rischio di morte per malnutrizione acuta»; come pure ha affermato Ted Chaiban, vicedirettore generale di Unicef, infatti, i bersagli più colpiti in questa guerra restano i bambini. O, almeno, quelli che restano, e cioè che non sono detenuti nelle carceri israeliane, quelli che hanno il “privilegio” di assistere al martirio della propria terra perché vittime mancate di raid israeliani che hanno sequestrato e costretto i palestinesi a deportazioni forzate, in un paradosso quasi surreale che, oggi, mostra un popolo che ha subito le deportazioni eseguire lo stesso copione in un ruolo diverso, quello di chi deporta, con la medesima indifferenza storica con cui, un tempo, si è trovato sotto il giogo nazi-fascista.
Ciò che più induce alla riflessione dinanzi alle immagini di bambini orfani, malnutriti, con la pelle attaccata alle ossa, il ventre gonfio, le mani che implorano un pugno di riso, è l’ipocrisia politica degli Stati occidentali, che si fanno fautori e difensori della legalità internazionale e della libertà, e che sospendono quegli stessi princìpi quando si tratta di condannare i crimini perpetrati da Israele al popolo palestinese, quasi come se il diritto a difendersi dell’uno corrispondesse al dovere, per l’altro, di essere annientato con la complicità indiretta, ma reale, di chi maschera la propria inazione da diplomazia.
E al cospetto dell’utopia americana che intende rendere Gaza la riviera del Medio Oriente costruendo resort di lusso sulle macerie, ignorando del tutto la legittima richiesta palestinese di riconoscimento ed autodeterminazione, si erge la straordinaria risposta della Global Sumud Flotilla, una flotta che rappresenta la più grande missione umanitaria della storia, costituita da attivisti provenienti da 44 Paesi, che, partiti da Barcellona, navigano in acque internazionali nel tentativo di rompere il blocco israeliano, nonostante le minacce di Netanyahu di arrestarli e di imprigionarli nelle carceri di massima sicurezza di Ketziot e Damon.
Mentre infuria la bufera genocida, fischia il vento che dispiega le vele delle eroiche
imbarcazioni che stanno dimostrando al mondo intero come una “social catena”
possa tendersi laddove la politica si ritrae con viltà, perché «quello che l’uomo
separa, il mare lo unisce».